Impara a Leggere tra le Righe: Il Tuo Podcast Definitivo di Riassunti di Libri
Immergiti nel cuore di ogni grande libro senza doverti impegnare con centinaia di pagine. "Impara a Leggere tra le Righe" ti offre riassunti concisi e approfonditi di libri imperdibili di tutti i generi. Che tu sia un professionista impegnato, uno studente curioso o semplicemente in cerca della tua prossima avventura letteraria, noi andiamo dritti al punto per offrirti le idee principali, i punti chiave della trama e gli insegnamenti duraturi di ogni opera.
Benvenuti al riassunto di "Una passeggiata nei boschi: Ritrovando l'America sul Sentiero degli Appalachi" di Bill Bryson. Questo acclamato memoir di viaggio mescola umorismo e avventura, documentando il tentativo di Bryson di percorrere il maestoso ma impervio Sentiero degli Appalachi. Attraverso il suo stile arguto e informativo, il libro esplora i temi dell'amicizia, della perseveranza e del rapporto dell'uomo con la natura. È un viaggio esilarante e riflessivo nel cuore della natura selvaggia americana e dei limiti personali. Potete ascoltare altri riassunti di libri come questo nell'app Summaia, disponibile sull'App Store o sul Play Store.
La Ridicola Proposta
Tutto ebbe inizio, come spesso accade per le idee peggiori, in modo del tutto innocuo. Ero tornato a vivere in America dopo vent'anni passati a ingrassare amabilmente in Inghilterra, coltivando un fisico che rispondeva più alla gravità che alla ginnastica. Un bel giorno, scoprii un sentiero nel bosco dietro casa mia nel New Hampshire. Non un sentiero qualsiasi, intendiamoci. Una piccola targa di legno, consunta dalle intemperie, annunciava con sobria grandiosità: 'Sentiero degli Appalachi'. Ora, per chi non lo sapesse, il Sentiero degli Appalachi non è una passeggiata digestiva domenicale. È un mostro. Un nastro di terra lungo più di 3.500 chilometri che si snoda dal profondo sud della Georgia fino alle lande selvagge del Maine, attraversando quattordici stati. È l'equivalente, più o meno, di andare a piedi da Roma a Mosca, ma con molte più colline e un rischio decisamente maggiore di incontrare persone che suonano il banjo. E lì, in piedi davanti a quella targa, con un corpo più adatto a sonnellini pomeridiani e a un buon sherry che a qualsiasi forma di sforzo prolungato, una vocina perniciosa, l'eco di una giovinezza sconsiderata, sussurrò nella mia testa: 'Perché no?'.
Era una domanda così profondamente stupida che meritava una risposta altrettanto sconsiderata. E per un'impresa di tale monumentale idiozia, non c'era che un uomo che potessi chiamare: il mio vecchio amico Stephen Katz. Katz e io condividevamo una lunga e illustre storia di decisioni avventate, risalenti alla nostra giovinezza, un periodo in cui le nostre idee migliori spesso si concludevano con l'intervento delle autorità o con la necessità di scuse elaborate. Non ci vedevamo da anni, ma sapevo che era l'unico essere umano sul pianeta abbastanza fuori fase da considerare la mia proposta non solo fattibile, ma attraente. Katz, ai tempi, era un alcolista in via di recupero che viveva a Des Moines, Iowa – un luogo la cui caratteristica principale è la sua sconcertante piattezza, sia geografica che esistenziale – e conduceva un'esistenza che definire sedentaria sarebbe stato un generoso eufemismo. Era, per usare un termine tecnico, una rovina ambulante la cui principale attività fisica consisteva nel camminare dal divano al frigorifero. Quando glielo proposi al telefono, mi aspettavo una risata, un insulto colorito, o il clic secco della cornetta. Invece, dopo una pausa che si protrasse abbastanza da farmi pensare che fosse svenuto, rispose con un entusiasmo che mi gelò il sangue: 'Certo, cavolo! Quando partiamo?'.
Il nostro primo passo verso la gloria escursionistica non fu su un sentiero montano, ma tra le corsie illuminate a giorno di un negozio di articoli per l'outdoor. Fu un'esperienza umiliante e costosa. Ci aggiravamo come due contadini del diciottesimo secolo catapultati in una sala di controllo della NASA, annuendo gravemente mentre commessi giovani, abbronzati e con la solidità fisica di divinità minori, ci parlavano di 'traspirabilità', 'tessuti idrorepellenti a tre strati' e 'sistemi di idratazione integrati'. Comprammo tutto. Zaini che avrebbero potuto contenere un piccolo vitello, sacchi a pelo progettati per spedizioni artiche (nonostante partissimo dalla Georgia in primavera), scarponi che sembravano forgiati nelle viscere del Monte Fato, e una quantità di gadget inutili sufficiente a far fallire un piccolo stato: un sestante (nel caso avessimo dovuto navigare a vista tra gli alberi?), una mini-padella per crepes, e filtri per l'acqua così complessi che avrebbero richiesto una laurea in ingegneria chimica per essere assemblati. Ne uscimmo più poveri di diverse migliaia di dollari, carichi come muli e con la netta, sgradevole sensazione di essere due perfetti impostori. Avevamo l'attrezzatura di Reinhold Messner, ma il fisico e la preparazione di due contabili in pensione dopo una brutta influenza. La foresta ci attendeva, e noi eravamo pronti. Pronti a soffrire in modo spettacolare.
Battesimo a suon di Vesciche
L'inizio in Georgia fu, per essere delicati, uno shock. Uno shock violento, brutale e senza preavviso, come una secchiata d'acqua gelida in pieno viso durante un sonno profondo. L'idea romantica della foresta – cinguettii melodiosi, panorami mozzafiato dietro ogni curva, una comunione spirituale con la natura – evaporò nel giro dei primi cento metri di salita. Lo zaino, che in negozio sembrava solo un po' pesante, sulla schiena si trasformò in un demone sadico deciso a slogarmi ogni vertebra e a sfregare ogni lembo di pelle fino a farlo sanguinare. E il sentiero... oh, il sentiero. Avevo ingenuamente immaginato un percorso dolcemente ondulato. Invece, scoprimmo che il Sentiero degli Appalachi nutre un profondo e personale disprezzo per il concetto di linea retta o di pendenza graduale. Va solo su. E quando pensi, con l'ultimo respiro che ti rimane nei polmoni, che non possa più salire, sale ancora un po', per puro dispetto. Sudavamo come fontane, ansimavamo come mantici forati e ogni passo era una contrattazione agonizzante con i nostri muscoli urlanti. Katz si muoveva con la grazia di un frigorifero che cade dalle scale, emettendo una sinfonia di suoni che andavano dal gemito flebile all'imprecazione cosmica, spesso rivolta agli scoiattoli che ci osservavano con evidente divertimento. La foresta stessa, all'inizio, era solo una monotona e claustrofobica massa di alberi. Dov'erano le aquile maestose? I cervi aggraziati? Per giorni, non vedemmo altro che alberi, rocce, fango e la schiena sudata e penosamente curva di Katz.
Poi arrivammo alle Great Smoky Mountains, il parco nazionale più visitato d'America. E qui, le cose cambiarono. In peggio, naturalmente. Il paesaggio divenne finalmente spettacolare, con creste avvolte in una nebbia mistica e valli che si perdevano all'orizzonte come in un dipinto cinese. Ma la natura, forse per bilanciare tanta bellezza, decise di provare a ucciderci con il freddo. Fummo investiti da una bufera di neve fuori stagione. In Tennessee. Ad aprile inoltrato. La temperatura crollò, il sentiero divenne una trappola di ghiaccio e fango, e il freddo si insinuò nei nostri sacchi a pelo high-tech con un'insistenza maligna, facendoci battere i denti per tutta la notte. Fu qui che incontrammo la fauna umana del sentiero nella sua forma più pura e, a volte, più irritante. C'erano i 'thru-hikers' ossessionati dall'attrezzatura, che potevano disquisire per ore sul peso di un cucchiaio di titanio, e i giovani atleti che ci superavano correndo in salita. E poi c'era Mary Ellen. Mary Ellen era una donna del New England, piccola, petulante e assolutamente, insopportabilmente saccente. Sapeva tutto, criticava tutto – la nostra attrezzatura, il nostro passo, il modo in cui filtravamo l'acqua ("State usando le pastiglie di iodio? Oh, cielo, nessuno le usa più. Rovina l'ecosistema del vostro stomaco"). Non smetteva mai di parlare, neanche quando ansimava in salita. Camminare con lei era come essere inseguiti da una zanzara particolarmente pedante con un'opinione su tutto. Eppure, nonostante la miseria, il freddo e Mary Ellen, nelle Smokies provammo per la prima volta un senso di autentica, terrificante meraviglia. Eravamo piccoli, fragili e completamente alla mercé di qualcosa di vasto, antico e assolutamente indifferente alla nostra esistenza. Era umiliante e, in un modo strano e perverso, esaltante.
Il Lungo Tunnel Verde e il Capolinea
Dopo l'ordalia gelida delle Smokies, entrammo in Virginia. La Virginia, sul Sentiero degli Appalachi, è un concetto tanto geografico quanto psicologico. È lo stato più lungo del percorso, un serpente di oltre ottocento chilometri di sentiero che sembra non finire mai, un test di resistenza mentale più che fisica. I primi giorni furono quasi piacevoli. Il tempo era migliorato, le pendenze più dolci, e per un breve, illusorio momento, pensammo di avercela fatta, di aver trovato il nostro ritmo. Ma presto, la vastità della Virginia iniziò a farsi sentire, schiacciandoci con il suo peso. Entrammo in quello che gli escursionisti chiamano 'il tunnel verde'. Per giorni, che diventarono settimane, non facemmo altro che camminare all'interno di una galleria apparentemente infinita di alberi. Il panorama, quando c'era da qualche rara sporgenza rocciosa, era sempre lo stesso: un mare di altre colline boscose, identiche a quella che avevamo appena scalato. La novità era svanita, sostituita da una routine logorante e senza gioia. Sveglia, dolore immediato alle ginocchia, camminare, dolore ai piedi, montare la tenda, dolore alla schiena, dormire un sonno disturbato. Eravamo caduti preda della 'Virginia Blues', uno stato di profonda stanchezza mentale e fisica, un'apatia esistenziale indotta dalla monotonia soffocante.
Le nostre conversazioni, un tempo piene di battute e lamentele elaborate, si ridussero a grugniti monosillabici. 'Acqua?', 'Pausa.', 'Dolore.', 'Ancora salita?'. Katz stava visibilmente peggiorando. Il suo corpo, mai stato un tempio di salute, protestava con un repertorio sempre più vasto e rumoroso di acciacchi. Il suo spirito, un tempo spavaldamente ottimista, si era spento, sostituito da una rassegnazione cupa. Iniziò a gettare oggetti dallo zaino nel tentativo disperato di alleggerirlo, un rituale quotidiano di sacrificio. Prima il salame (una tragedia per il morale), poi il formaggio (un sacrilegio per le nostre papille gustative), e infine persino la sua amata scorta di merendine Twinkies. Vedere Katz, un uomo che considerava i Twinkies uno dei quattro gruppi alimentari fondamentali, gettare via del cibo spazzatura era come vedere un monaco dare fuoco alla sua bibbia. Era il segno della fine. Il nostro legame, forgiato nella condivisione della miseria, si stava logorando. Non eravamo più compagni d'avventura; eravamo due esseri sofferenti legati da un destino comune e sempre più sgradevole, che si sopportavano a malapena.
Il punto di rottura arrivò, come da copione, a Harpers Ferry, West Virginia. È considerato il punto di snodo psicologico del sentiero. Zoppicammo in città sentendoci e apparendo come profughi di una guerra dimenticata, coperti di sporcizia, con barbe incolte e lo sguardo vacuo di chi ha visto troppe colline. Ci sistemammo in un motel, facemmo la doccia più lunga della storia umana, lavando via settimane di sudore e disperazione. E poi, davanti a una pizza grande come un copriruota e a una brocca di birra, Katz pronunciò le parole che entrambi sapevamo imminenti, ma che nessuno osava dire: 'Bill, io ho chiuso'. Non ci fu discussione. Nessun tentativo di persuasione. Solo un quieto, reciproco cenno di assenso, pesante di fallimento e di immenso sollievo. La grande impresa, il tentativo di percorrere il sentiero in un'unica tirata, era finita. E mentre una parte di me sprofondava in un abisso di delusione, un'altra, molto più grande e onesta, tirava un sospiro così profondo da far tremare le fondamenta del motel. Ero solo. E, per la prima volta in mesi, non dovevo camminare da nessuna parte l'indomani. Era una sensazione meravigliosa.
Il Sentiero: Una Digressione su Alberi, Orsi e Burocrati
Una delle cose che si hanno in abbondanza sul sentiero, oltre al dolore muscolare e alla fame insaziabile, è il tempo per pensare. E mentre i miei piedi macinavano chilometri in una trance quasi automatica, la mia mente vagava, spesso inciampando in pensieri che avevano poco a che fare con il prossimo passo. Pensavo, per esempio, al sentiero stesso. Non era spuntato dal nulla come un fungo. Era nato da una visione, quella di un uomo di nome Benton MacKaye, un sognatore, un pianificatore regionale che nel 1921 immaginò una via di fuga utopica per gli abitanti delle città industriali, un rifugio nella natura. Ma furono le braccia e le schiene di migliaia di giovani uomini del Civilian Conservation Corps, durante la Grande Depressione, a trasformare quel sogno in fango, sudore e realtà, scavando questo nastro di terra nel cuore della natura selvaggia con poco più che pale e picconi. Il sentiero è, in fondo, un monumento alla fatica umana e a un idealismo quasi dimenticato.
E che dire della natura che attraversavamo? Era una storia di fantasmi, di bellezza ferita e di paure irrazionali. La foresta appalachiana è infestata dal fantasma del castagno americano. Un tempo, un albero su quattro in queste foreste era un castagno, giganti maestosi che sfamavano uomini e animali e il cui legno costruiva le loro case. Poi, all'inizio del XX secolo, una malattia fungina importata dall'Asia li spazzò via. Miliardi di alberi, un'ecatombe forestale. Oggi, si vedono solo i loro deboli polloni che spuntano dalle vecchie radici, destinati a morire di malattia prima di raggiungere la maturità. Camminare lì è camminare in un cimitero arboreo. E non sono soli; ora, un insetto chiamato adelgide laniginoso sta uccidendo le magnifiche tsughe. Poi c'erano gli orsi. O meglio, la mia ossessione paranoica per gli orsi. Prima di partire, avevo letto ogni singolo, macabro resoconto di attacchi di orsi in Nord America. Sapevo a memoria le statistiche (più probabile essere uccisi da un fulmine, da un'ape o da un distributore automatico che ti cade addosso), ma il mio cervello rettiliano era convinto che dietro ogni albero si nascondesse un grizzly di trecento chili con intenzioni omicide (nonostante non ci siano grizzly sugli Appalachi). Una notte, un rumore pesante fuori dalla tenda mi fece gelare il sangue. Era lui. L'orso. Rimasi immobile per un'ora, stringendo la mia bomboletta di spray al peperoncino, prima di scoprire che era solo un opossum particolarmente goffo. Per mesi, non vidi neanche un orso. Il che era, allo stesso tempo, un enorme sollievo e una sottile, inspiegabile delusione.
Questo grandioso palcoscenico poggia su una geologia di un'antichità quasi inconcepibile. Gli Appalachi sono le ossa del mondo. Un tempo alti come le Himalaya, sono stati erosi dal tempo, dal vento e dalla pioggia per 400 milioni di anni fino a diventare le dolci e arrotondate colline che sono oggi. Scalarle è come scalare le rovine di una catena montuosa. Eppure, questo tesoro nazionale, questo incredibile miscuglio di storia, ecologia e geologia, è gestito con una noncuranza che fa gridare vendetta. Il National Park Service e il U.S. Forest Service, le agenzie incaricate della sua tutela, sono cronicamente sottofinanziati e impantanati in una burocrazia letargica. Vedevamo ranger che guidavano pickup tenuti insieme dal nastro adesivo e usavano attrezzature risalenti all'amministrazione Carter. Il sentiero è minacciato dalla pioggia acida che uccide le foreste di abeti rossi ad alta quota, dalle specie invasive che soffocano la flora autoctona e dall'avanzata strisciante di strade e complessi residenziali che frammentano l'habitat. È un patrimonio che stiamo lasciando deperire per negligenza, un capolavoro che permettiamo venga scarabocchiato ai margini. E questo, molto più di ogni orso immaginario, dovrebbe farci davvero paura.
Interludio Automobilistico e un'Ultima, Sciocca Incursione
Dopo l'abbandono di Katz a Harpers Ferry, non appesi del tutto gli scarponi al chiodo. Mi trasformai semplicemente in un tipo diverso di escursionista: un escursionista motorizzato, un 'finto escursionista'. Invece di arrancare sotto il peso di uno zaino, viaggiavo nel comfort climatizzato di un'auto a noleggio. Guidavo fino a pittoresche cittadine di sentiero, prendevo una stanza in un Bed & Breakfast con lenzuola pulite e acqua calda, e facevo brevi e piacevoli passeggiate di un giorno, senza zaino, senza sofferenza, con un panino gourmet nello stomaco. Era, in una parola, meraviglioso. E mi sentivo un completo, assoluto imbroglione. Un giorno, vicino a Rutland, nel Vermont, mentre tornavo alla mia auto dopo una passeggiata di due ore, incrociai due veri 'thru-hikers'. Erano magri, abbronzati, sporchi e emanavano un odore pungente di sforzo e libertà. Mi guardarono, pulito e ben nutrito, con un misto di pietà e disprezzo. Mi sentii come un collaborazionista. Questo periodo mi diede però modo di apprezzare la peculiare cultura che circonda il sentiero. Scoprii il mondo dei 'nomi di sentiero' (nessuno usa il proprio vero nome), delle 'scatole per escursionisti' nei motel (depositi di cibo e attrezzatura abbandonati da chi ha mollato), e della 'magia del sentiero' ('trail magic'), ovvero gli atti di gentilezza inaspettata da parte di sconosciuti – una bibita fresca lasciata sul percorso, un passaggio in città, un panino offerto senza motivo. È una sottocultura basata su una fiducia e una generosità quasi commoventi in un mondo cinico.
Passarono i mesi. L'estate lasciò il posto all'autunno. E poi, come una cattiva abitudine che non si riesce a perdere, l'idea del sentiero tornò a galla. Chiamai Katz. Forse era la noia di Des Moines, o forse un disperato bisogno di redenzione, ma gli proposi un'ultima, folle impresa: affrontare insieme la sezione più difficile, remota e famigerata dell'intero percorso, la 'Hundred-Mile Wilderness' nel Maine. È un tratto di 160 chilometri senza strade, senza città, senza via d'uscita. Se ti succede qualcosa lì dentro, sei solo. Con mia grande sorpresa, e forse anche sua, Katz accettò. Ci ritrovammo in Maine, un po' più vecchi, niente affatto più saggi, e Katz sembrava persino più fuori forma di prima. Il terreno era un incubo di radici scivolose, rocce aguzze e paludi che cercavano di risucchiarti gli scarponi. La fatica, il dolore, le lamentele – tutto tornò immediatamente, come un vecchio amico indesiderato. Eravamo di nuovo la coppia comica della foresta. Il culmine della nostra rinnovata incompetenza arrivò quando, durante una deviazione per scalare il Monte Katahdin, la fine simbolica del sentiero, ci perdemmo. Ma non un po' persi. Completamente, irrimediabilmente, stupidamente persi. La mappa divenne un pezzo di carta incomprensibile, una serie di scarabocchi senza senso. La foresta, da amica, si trasformò in un labirinto ostile e indifferente. Il panico, freddo e viscido, cominciò a serpeggiare mentre discutevamo su quale muschio crescesse sul lato nord degli alberi. Fu in quel momento, mentre contemplavamo la prospettiva di morire di stenti a pochi chilometri dalla civiltà, che provammo il più profondo rispetto per la natura selvaggia. E un'enorme, infantile gratitudine quando, per puro, cieco caso, ritrovammo il sentiero. Fu la lezione finale e più importante: eravamo e saremmo sempre stati solo dei goffi e fragili ospiti in un mondo che non ci apparteneva.
Alcuni Pensieri da un Viaggio Incompiuto
Alla fine, i numeri sono impietosi. Del Sentiero degli Appalachi, lungo circa 3.500 chilometri, Katz e io ne abbiamo percorsi, tra un acciacco e l'altro, con vari salti e interruzioni, circa 1.400. Meno della metà. Secondo qualsiasi standard oggettivo, abbiamo fallito. Non siamo arrivati in cima al Monte Katahdin gridando vittoria, piantando una bandiera. Siamo strisciati via, battuti, malconci e incompleti. E allora? È stato un fallimento? Ripensandoci ora, seduto su una comoda sedia, con le articolazioni che non protestano a ogni movimento, credo di no. L'impresa non era tanto raggiungere la destinazione, un punto arbitrario su una mappa, quanto intraprendere il viaggio. Era avere la sconsiderata audacia di provarci, di contrapporre la nostra fragile, inadeguata umanità a qualcosa di così vasto. Si stima che solo il 10-15% di coloro che partono dalla Georgia completi l'intero percorso. Ci siamo uniti a una confraternita molto più grande di quella dei vincitori: la confraternita di coloro che hanno avuto il coraggio di iniziare e la saggezza di fermarsi.
Il viaggio è stato anche un test surreale per un'amicizia. Io e Katz ci siamo spinti sull'orlo della follia a vicenda. Ci siamo irritati, offesi e ignorati per giorni. Ricordo un pomeriggio di pioggia infinita in cui, entrambi fradici e di pessimo umore, Katz inciampò e cadde a faccia in avanti in una pozzanghera di fango. Per un attimo, rimase lì, sconfitto. Poi, senza alzarsi, si girò e mi disse con assoluta serietà: "Penso che questo sia il punto più basso della mia vita adulta". Scoppiammo entrambi a ridere, una risata isterica e liberatoria in mezzo al diluvio. C'è qualcosa di stranamente potente nel condividere la miseria. Sopportare insieme la pioggia, il freddo, la fame e l'assoluta stupidità della propria situazione crea un legame che la vita comoda non potrà mai replicare. Non so se siamo diventati amici migliori, ma la nostra è certamente un'amicizia testata dal fuoco, dal fango e da una quantità industriale di vesciche.
Soprattutto, camminare nel bosco per mesi ti offre una prospettiva che non puoi ottenere altrove. Ti insegna l'umiltà. La foresta non si cura minimamente di te, dei tuoi piani, delle tue sofferenze o delle tue piccole vittorie. Esisteva molto prima di te e continuerà a esistere molto dopo. Tu sei solo un visitatore temporaneo, uno sbuffo di fiato in una giornata fredda, un'impronta che la prossima pioggia cancellerà. Ti rendi conto di quanto siamo piccoli, di quanto le nostre vite siano complesse e al tempo stesso insignificanti di fronte alla vastità indifferente della natura. E questa non è una realizzazione deprimente, ma profondamente liberatoria. Ti scrolla di dosso un bel po' di quell'arroganza umana che ci fa credere di essere il centro dell'universo.
Alla fine, il punto non è che non ho finito il Sentiero degli Appalachi. Il punto è che il Sentiero degli Appalachi esiste ancora per poter essere iniziato, e fallito. È un tesoro, un'idea meravigliosa, una linea di speranza verde che attraversa il cuore pulsante del paese. Il mio viaggio incompiuto non è stato altro che un lungo, goffo e a tratti esilarante atto d'amore per quel sentiero e per la natura selvaggia che rappresenta. E la lezione più grande che ho imparato è che dobbiamo lottare con le unghie e con i denti per proteggerlo. Perché in un mondo sempre più affollato, rumoroso e artificiale, abbiamo un disperato bisogno di luoghi dove possiamo ancora perderci, sentirci piccoli e ricordarci da dove veniamo. Non possiamo permetterci di perdere neanche un centimetro di quella magia selvaggia e indifferente.
Alla fine, l'impatto di "Una passeggiata nei boschi" risiede nella sua onestà. Attenzione, spoiler: Bryson e il suo compagno Katz non completano l'intero sentiero. Travolti dalla vastità e dalle difficoltà del percorso, decidono di percorrere solo alcune sezioni, abbandonando l'obiettivo iniziale. Questo "fallimento" è il vero fulcro del libro: il viaggio non è incentrato sulla conquista, ma sull'esperienza, sulla riscoperta dell'amicizia e sull'apprezzamento della bellezza e della fragilità della natura. La forza del libro sta nel suo equilibrio tra umorismo, informazioni storiche ed ecologiche, e una riflessione toccante sull'importanza della conservazione. Il suo successo ha portato un'enorme attenzione sul Sentiero degli Appalachi, ispirando una nuova generazione di escursionisti e ambientalisti. Trovate altri riassunti sull'app Summaia, disponibile sull'App Store e sul Play Store. Grazie per l'ascolto, mettete 'mi piace' e iscrivetevi per altri contenuti come questo. Ci vediamo al prossimo episodio!